Il Dalai è stipendiato dalla CIA?

 

 

Nell'ottobre 1998 l'amministrazione in esilio (volontario) del Dalai Lama ha ammesso di aver ottenuto negli anni sessanta circa 1,7 milioni di dollari l’anno dalla CIA e di aver organizzato l'addestramento di un gruppo di propri miliziani a tecniche di guerriglia e terrorismo in Colorado. Fu negato, peraltro, che il Dalai avesse ricevuto, nello stesso periodo, un sussidio personale di centottantamila dollari all’anno come invece risultava da alcuni attendibili documenti (fonte: New York Times).

 

Quando l'esponente della Central Intelligence Agency, John Kenneth Knaus, nel 1995 chiese al Dalai se la CIA avesse fatto bene o male a fornire il suo supporto, il Dalai rispose che nonostante l'effetto positivo sul morale «…migliaia di vite furono perse nella resistenza…» e che «…il governo USA si è interessato agli affari interni del Tibet non per aiutarlo, ma per usarlo come arma tattica contro la Cina» (cfr. Wikipedia e il libro scritto dallo stesso Dalai “La libertà nell’esilio”, Sperling & Kupfer Editori, 1998).

 

La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica occidentale, non conosce assolutamente nulla della storia dei Tibet e non sa che cos’era il Tibet prima del 1949. Divertitevi a chiedere a vostri amici e conoscenti, meglio se acculturati, e vedrete. Tranne non incappiate in un vero esperto delle civiltà orientali, vi renderete conto che nessuno sa della schiavitù, né della servitù, né della teocrazia che troneggiava indisturbata. Nessuno sa che il conflitto del 1959 fu una sommossa organizzata dalla CIA in complicità con l'aristocrazia teocratica lamaista e nient'affatto una sollevazione popolare.


Il Tibet, fino ad oggi, ha vissuto un isolamento totale dal resto del mondo e quindi è sempre stato “buio pesto” sulla sua vera storia e sulle vere condizioni del suo stato sociale. Sin da allora, questo è il quadro che ha consentito alla propaganda pro-teocrazia lamaista di raccontare sempre e solo quello che ha voluto, con possibilità di smentita praticamente uguale a zero.


Per cui, il gioco è stato estremamente facile: sul Tibet si è potuto raccontare di tutto e l’opinione pubblica l'ha preso sempre per buono in quanto pochissimi sapevano (e sanno) come stiano davvero le cose. Addirittura, in tanti tra quelli che nel Marzo 2008 hanno vigorosamente protestato sotto le ambasciate cinesi di mezzo mondo dopo i fatti di Lhasa, teneramente avvolti in bandiere e foulard tibetani, ignoravano persino dove fosse il Tibet, come molte interviste televisive hanno dimostrato.